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il bello della socialdemocrazia, il testamento di Judt: più eguali più felici

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il bello della socialdemocrazia, il testamento di Judt: più eguali più felici

Messaggio Da bellavita il Dom Feb 27, 2011 10:39 pm

IL BELLO DELLA SOCIALDEMOCRAZIA IL TESTAMENTO DI JUDT PIÙ UGUALI, PIÙ FELICI
La Repubblica 18 febbraio 2011 — pagina 50 sezione: CULTURA

ll piccolo crac del 2008": così Tony Judt chiama la crisi finanziaria che ha rimesso le cose sui piedi, ripristinato la questione sociale, resuscitato la politica dal letargo cui l' aveva dannata la ricattatoria ineluttabilità dell' economia. Lo chiama il piccolo crac, non per snobismo, né contro il precedente del ' 29: forse, per lasciare spazio al grande crac che cova. Judt ha una romanzesca storia di sinistra, ma il suo eroe qui è il gran conservatore John Maynard Keynes, che nel 1934, di ritorno da Washington, scriveva: «È qui, nona Mosca, il laboratorio economico del mondo.I giovani che lo gestiscono sono straordinari... Ogni tanto si incontra qualche economista della corrente classica che andrebbe buttato dalla finestra (ma la maggior parte ha fatto proprio questa fine)». Nel "piccolo crac" le defenestrazioni non sono state molte, e già i grandi banchieri proclamano cheè finito il tempo delle scusee delle penitenze. Si può tornare a incassare bonus stellari e a vantarsene. Ma la lezione è venuta, e Judt la svolge. Nella vita anticonformista di questo inglese e parigino, madre dalle origini russe e padre dalle origini ebraico-lituane, sionista e volontario in un kibbutz israeliano, poi sconvolto dall' umiliazione palestinese, alla fine è il confronto fra l' Europa, della cui storia è stato specialista, e gli Stati Uniti, dove è andato a insegnare e a morire, a ispirare un testamento rivolto ai giovani delle due sponde dell' Atlantico. I testamenti si occupano di soldie patrimoni: questo muove dal rigetto di un trentennio che «ha trasformato in virtù il perseguimento dell' interesse personale» e ha ostentato la disuguaglianza come il sigillo del merito e della superiorità. Una società a misura umana ha bisogno della fiducia. «Abbiamo più fiducia nel prossimo quando con questo prossimo abbiamo molto in comune: non soltanto la religione o la lingua, ma anche il reddito. Più una società è uguale, maggiore è la fiducia... Importante non è quanto ricco sia un paese, ma quanto sia disuguale». È grazie al "piccolo crac" che la smisuratezza di ricchezze e povertà è tornata a far scandalo. «Nel 1968 l' amministratore delegato della General Motors portavaa casa sessantasei volte di più di quello che prendeva il normale operaio. Oggi l' amministratore delegato della Walmart guadagna novecento volte quello che prende il suo dipendente medio. Il patrimonio della famiglia dei fondatori del colosso della grande distribuzione (90 miliardi di dollari) equivaleva, nel 2005, a quello del 40 per cento più povero della popolazione americana, cioè 120 milioni di persone...». Il libro di Judt va e viene tra l' agenda dei problemi nuovi e la lezione della storia. «Il passato è meglio illuminato del futuro», dunque meglio illuminante. «La prima cosa da fare è ricordarci delle conquiste del XX secolo, e delle conseguenze di una corsa scriteriata al loro sman tellamento». Nel trentennio del feticismo per l' autoregolazione del mercato, un naturalismo provvidenzialista, o un provvidenzialismo naturalista, come preferite, ha venerato egoismo e denaro, fino a far dimenticare che non è detto che il mondo debba andare così, e che non è sempre andato così. Al contrario, è andato in tutt' altro modo fino a poco fa, e la giusta reazione alla violenza e all' inefficienza della pianificazione "socialista" (e dell' invadenza dello Stato "dalla culla alla tomba", anche in quelle socialdemocrazie scandinave che hanno ceduto all' eugenetica e all' eutanasia) non dovrebbe oscurare le conquiste che lo Stato sociale ha assicurato in una storia secolare, e specialmente all' indomani della Seconda Guerra, al tempo dell' American way of life e del miracolo economico. Allora ogni tentativo «di rimettere in piedi le democrazie (o di portare la democrazia a paesi che non l' avevano mai conosciuta) doveva misurarsi coni risultati ottenuti dagli Stati autoritari». È il problema che si ripropone oggi, quando la convinzione che l' espansione economica debba coincidere con uno sviluppo della democrazia vacilla. «Il capitalismo è compatibile nei fatti con dittature di destra (il Cile sotto Pinochet), dittature di sinistra (la Cina contemporanea), monarchie socialdemocratiche (la Svezia) e repubbliche plutocratiche (gli Stati Uniti). Il fatto che le economie capitalistiche prosperino maggiormente in condizioni di libertàè meno scontato di quanto ci piaccia pensare». Di fronte al terrorismo, alla guerra, o al cambiamento climatico, le società aperte sono tentate di tornare a ripiegarsi su se stesse, e di sacrificare la libertà alla "sicurezza": «La scelta allora non sarà più fra Stato e mercato, ma fra due tipi di Stato». Judt osserva che oggi nomi come comunismo e - più a malincuore - socialismo non possano essere pronunciati senza gelare l' uditorio, specialmente americano, ma rivendica il retaggio della socialdemocrazia, e un ruolo dello Stato eclissato dal feticismo (interessato) delle privatizzazioni e delle multinazionali, ma riemerso con forza al momento di riparare ai danni della finanziarizzazione. Non ho riassunto il libro: l' ho appena consigliato. E allego una citazione cara all' autore, di John Betjeman: «Pensa per cosa si batte la nostra nazione <...& per democrazia e fognature adeguate». Tony Judt è stato uno studioso pieno di talento e di passione umana. L' opera del suo ultimo tempo ha qualcosa di prodigioso, di nostalgico e commovente. Era malato di Sla, dal 2009 era paralizzato, raccontò l' andamento della propria malattia sulla New York Review of Books. (Da noi il settimanale Internazionale tradusse regolarmente quei testi). Ha finito di dettare questo libro a New York nel febbraio del 2010. È morto il 6 agosto del 2010. - ADRIANO SOFRI

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