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La violenza sulle donne nell’epoca delle passioni livide

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La violenza sulle donne nell’epoca delle passioni livide

Messaggio Da francesca gruppi il Gio Nov 25, 2010 3:57 pm

Dimitri D’Andrea
La violenza sulle donne nell’epoca delle passioni livide

Il male qualche volta è un’occasione per pensare. Non sempre, non necessariamente. Anzi: quanto più è radicale, quanto più è vicino, quanto più ci riguarda, tanto più sembra sottrarsi alla coscienza, diventare ovvio, scontato, indifferente. Per pensare il male che parla di noi ci vuole coraggio intellettuale e sensibilità morale. Ed è questo coraggio e questa sensibilità che innanzitutto credo vadano riconosciuti a chi ha voluto questo Convegno di studi sul Femminicidio - al Sindaco di Potenza Santarsiero, alle Università degli Studi di Salerno e della Basilicata, alla responsabile scientifica Graziella Salvatore – come occasione per riflettere, a partire dall’evento terribile dell’assassinio di Grazia Gioviale, su un fenomeno sempre più diffuso che vede le donne vittime in quanto donne di una ampia gamma di violenze psicofisiche che arrivano talvolta fino all’assassinio. Di fronte all’irreparabile qui si è deciso non di percorrere la strada della frettolosa rimozione o dei logori cliché che solitamente si evocano per esorcizzare questo tipo di eventi, ma di intraprendere un percorso di interrogazione, di analisi e di comprensione del fenomeno per tentare di porvi rimedio.
Un fenomeno opaco, scomodo, difficile da afferrare per diversi ordini di ragioni. Innanzitutto per la molteplicità delle sue forme. Di fronte alla violenza psicologica e fisica sulle donne, la fatica del concetto è essenzialmente quella di cogliere, sullo sfondo di un fenomeno che segna attraverso i secoli e i continenti tutte le società disposte all’insegna del patriarcato, le forme specificamente contemporanee di violenza e le sindromi e motivazioni inedite che le sostengono. Compito principale della riflessione sul male inferto alle donne è dunque, in primo luogo, quello di elaborarne una fenomenologia che rifugga da semplificazioni, che non annulli le differenze fra le varie forme di violenza - la violenza fisica non è identica alla violenza psicologica, il mobbing non è stupro, lo stupro non è omicidio - e ne rintracci i diversi fondamenti psicologici ed emotivi. Un lavoro di distinzione e differenziazione indispensabile per comprendere quali ne siano le molteplici radici nelle pieghe della soggettività maschile e della società contemporanea.
Qui incontriamo un secondo ordine di difficoltà. La violenza psicologica, fisica, sessuale sulle donne costringe a pensare il radicamento quotidiano dello straordinario, del socialmente censurato e censurabile nella normalità per non dire nei modelli della società di tutti i giorni. Certamente siamo di fronte a gesti estremi, a comportamenti devianti, a fenomeni patologici. Ma altrettanto certamente siamo di fronte a condotte individuali che hanno nelle norme e nei valori che informano l’ordine sociale il proprio orizzonte di possibilità. Riflettere sulla violenza psicofisica sulle donne è difficile, dunque, in primo luogo, perché costringe a pensare il legame complesso fra normalità e devianza e a pensare la nostra responsabilità nelle forme indirette della condivisione o della complicità non con gli atti estremi, ma con la nostra normalità sociale.
Comprendere la fenomenologia e le radici soggettive della violenza che sempre più spesso colpisce le donne comporta una interrogazione sulle trasformazioni della società contemporanea, sui mutamenti che hanno investito in generale il modo di concepire la relazione con l’altro, prima ancora che le relazioni fra uomini e donne. Detto altrimenti: le trasformazioni che hanno investito la soggettività contemporanea, e le modalità prevalenti di relazioni con l’alterità che tale soggettività riesce a praticare, consentono di illuminare le radici soggettive almeno di alcune delle molteplici forme della violenza contemporanea sulle donne. Vorrei limitarmi qui a fornire semplicemente alcune suggestioni. In primo luogo, mi pare si sia sviluppato e diffuso – in modo pervasivo negli ultimi due decenni – un atteggiamento nei confronti del mondo all’insegna di una cultura dell’immediatezza e dell’insofferenza per la complessità. Gradualmente ma inesorabilmente si è fatto strada in questi anni - e non soltanto in politica – un atteggiamento che consisteva nel rivendicare non la semplicità come fatto, ma l’esigenza soggettiva di operare come se i fenomeni e i processi fossero semplici, le situazioni prive di ambiguità, di chiaroscuri, le esperienze prive di profondità. Non tanto la semplicità, quanto la semplificazione è stato il mantra ossessivamente recitato nei più diversi ambiti dell’esperienza. Vittime di questo mutamento assiologico a vantaggio della semplificazione e della superficialità sono state, di volta in volta, la mediazione politica e la complessità delle grandi questioni nazionali, così come il linguaggio e la letteratura; la discussione pubblica così come il modo di concepire le relazioni con gli altri; gli stili di vita e i beni di consumo così come i sentimenti e le passioni. L’analfabetismo emotivo di cui spesso si parla è anche il prodotto del desiderio ossessivo di abitare lo spazio senza profondità di una superficie dove niente mette radici.
Una declinazione specifica di questa insofferenza per la complessità è l’enfasi sull’immediatezza: magari niente di straordinario, ma subito. Se complesso per eccellenza è il tempo del progetto, della costruzione che supera le difficoltà, la contemporaneità vede affermarsi un atteggiamento in cui a contrarsi non è soltanto l’intervallo fra il desiderio e il suo soddisfacimento, ma la durata stessa del desiderio, dell’affetto. Al tempo della passione e del sentimento si sostituisce il tempo dell’emozione: istantanea e puntuale, modellata essenzialmente sul paradigma del consumo.
È da questo spirito dell’immediatezza e della superficialità che scaturiscono il fastidio per i limiti e la percezione della relazione con l’altro come limite e problema par excellence. L’insofferenza per le regole e la fuga dalla relazione sono state il grande racconto della soggettività occidentale moderna nei decenni a cavallo del secolo. Un esodo che è passato essenzialmente attraverso l’intensificazione del rapporto con le cose, la surrogazione della relazione con la gratificazione aproblematica del possesso e l’iperconsumo. I rapporti con le persone si sono progressivamente contratti a tutto vantaggio dei rapporti con le cose. A questa dimensione deve essere ricondotta, su fronti diversi, sia la trasformazione di relazioni un tempo personali in rapporti mediati dal denaro - come avviene con la declinazione della relazione di cura in rapporto di lavoro -, sia la preferenza eticamente scandalosa accordata alle “relazioni” con gli animali, in un mondo in cui la sofferenza e l’indigenza umane ci sono così prossime.
L’altro grande processo di trasformazione che ha investito la società e gli individui contemporanei è costituito dall’affermazione di un’immagine del mondo che potremmo definire “neo-darwinista”. Di questo fenomeno due mi sembrano essenzialmente le ricadute più significative per il nostro tema: la crescente insofferenza per i deboli e il ricorso alla superiorità come risposta alla domanda “chi sono?”. Se il mondo è una grande arena in cui va in scena la lotta per la sopravvivenza, qualsiasi solidarietà è al tempo stesso ingiustificata e pericolosa: ingiustificata perché i deboli si meritano il posto che hanno e chi “sopravvive” è effettivamente migliore, pericolosa perché rischia di indebolire chi ce la può fare, ma si percepisce a rischio. In questo scenario non conta l’“essere”, ma lo “stare davanti”: non importa la valutazione di ciò che si è o si fa, non importa la soddisfazione per ciò che si è diventati, conta soltanto trovare un modo per essere un gradino sopra gli altri. Quando si abita la superficie e il mondo è percepito come una giungla, tutto diventa uguale e ciò che conta è soltanto avere più potere.
Naturalmente ci sono molte più cose nel cielo e sulla terra della nostra società di quante non emergano da queste sommarie considerazioni. Sicuramente non mancano tendenze, esperienze, individui e gruppi che non soltanto non rientrano in questo quadro, ma testimoniano anzi forme di resistenza a questa fisionomia del soggetto occidentale tardo-moderno. Mi pare, tuttavia, che quella appena tratteggiata costituisca la tonalità di fondo del nostro tempo, la fisionomia prevalente ed egemonica della soggettività contemporanea. La questione centrale, che non è possibile affrontare in questo contesto, riguarda semmai le forze, i processi che hanno modellato questa forma del soggetto contemporaneo: se tale forma sia un adattamento della soggettività alle mutate condizioni economiche e più in generale materiali degli ultimi decenni, o se ci sia stato un ruolo attivo della soggettività e delle sue immagini del mondo non soltanto nella produzione di determinate tipologie di individui, ma anche nelle trasformazioni materiali che le hanno accompagnate.
È questa modalità di rapporto con il mondo che precipita nelle relazioni tra i sessi, che costituisce il paradigma in base al quale uomini e donne si relazionano. In altri termini: il terreno di normalità sociale su cui germogliano le nuove forma di violenza sulle donne, o in cui può semplicemente diffondersi la violenza di sempre. Il ricorso alla violenza possiede l’elementarità del gesto immediatamente semplificatore e produttore di gerarchia. In alcune tipologie la violenza sulle donne è spesso la strada per rispondere ad una difficoltà di identità e di autostima incapace di usare parametri e criteri altri dalla superiorità di potere. L’esito patologico di una normalità che insegna comunque ad essere forti con i deboli e deboli con i forti, che concepisce il potere disponibile come unico limite a ciò che si può fare. Prodotto finale di una soggettività che per la propria fragilità e instabilità diviene aggressiva e predatrice. In altre tipologie, è la valenza appropriativa della violenza ad emergere con chiarezza. Nel titolo di questo convegno – Mia per sempre – questa finalità appropriativa della violenza viene esemplarmente restituita nel suo intreccio con la definitività del gesto dell’uccidere. Qui la relazione tra persone ha ceduto il passo al paradigma proprietario, al rapporto con le cose, e il fallimento (sessuale, affettivo, coniugale) viene declinato in furto, in esproprio cui rispondere con un gesto semplificante e definitivo di appropriazione. La reificazione dell’altro declina l’incapacità di accettare la sofferenza e l’infelicità in una volontà di appropriazione che può assumere anche la forma della distruzione dell’oggetto, del suo definitivo consumo. Sideralmente lontani da qualsiasi semantica non soltanto dell’amore, ma anche del desiderio: per amore ci si può uccidere, ma non si uccide chi si ama.
Se dallo sfondo di normalità della società contemporanea emerge la patologia, l’anormalità di una violenza sempre più diffusa nei confronti delle donne, pensare il male del femminicidio e delle molteplici forme di violenza psicologica e fisica sulle donne è un compito difficile soprattutto perché ci costringe al confronto con un’accezione di responsabilità poco evidente e con cui abbiamo scarsa familiarità. Accanto alla responsabilità diretta di chi esercita forme anche estreme di violenza, c’è, dunque, una responsabilità indiretta di ciascuno di noi – in primo luogo ovviamente degli uomini, ma senza che neppure le donne si possano completamente chiamare fuori - per non aver combattuto con sufficiente impegno e rigore quella deriva della soggettività che di questi comportamenti devianti e patologici rappresenta la radice. Una responsabilità per ciò che siamo diventati o, meno radicalmente, per come abbiamo permesso che la nostra società si trasformasse: per tutti quei comportamenti e significati, generalmente ritenuti normali, ovvi o semplicemente tollerabili, che non abbiamo combattuto con sufficiente rigore perché non ne abbiamo riconosciuto la potenziale pericolosità o perché siamo stati indisponibili a pagare i costi che quella lotta avrebbe richiesto.


Di prossima pubblicazione in:
Graziella Salvatore, (a cura di), Mia per sempre. Femminicidio, violenza sulle donne, sessismo, Franco Angeli, Milano 2011.

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